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Intervista a Ram Gopal

Autore prof. Monica Rizzardi

Nell’articolo precedente “Visione sul Bharata Natyam”, ho cercato di condurre per mano il lettore ad inoltrarsi nel mondo della danza classica indiana, disciplina che mi ha fornito gli strumenti per percepire la visione della realtà da una particolare angolatura. Vorrei fornire ora, qualche altra riflessione attraverso alcune parti di una mia recente conversazione con Ram Gopal, maestro e danzatore indiano che portò quest’arte in Occidente alla fine degli anni ’30, riscuotendo un grande successo sulla scena mondiale.   Fu il primo ballerino a danzare l’arte dei templi riservata fino allora solo alle “Devadasi”ancelle di Dio, ed ebbe il coraggio di presentarla in Occidente, arricchita da una ricerca che si basava su uno studio delle sculture e bassorilievi dei templi indiani, ripristinando ciò che erano le antiche matrici della danza, che lui padroneggiava conoscendo completamente gli stili Kathak, Kathakali e Dasi Attam (riattivato in Bharata Natyam).

Ram Gopal mise in scena il corpo maschile in tutta la sua bellezza ed ambiguità, seminudo e perfetto, così come si vedeva nelle antiche immagini indiane, poiché voleva anche recuperare l’aspetto sensuale del corpo, che da sempre era stato conforme alla natura della cultura indù, e le sculture antiche lo dimostravano.
Fu definito così dalla stampa americana il “Nijinsky indiano”. Per tutta la sua vita ha cercato di stabilire, pur riconoscendone le diversità, un punto di incontro tra Oriente e Occidente e ha dimostrato come ciò potesse essere possibile attraverso il grande strumento dell’arte della danza, trasmettendone lo spirito al pubblico occidentale.

Ram Gopal afferma nella sua autobiografia: “… donando al pubblico verità e bellezza, usando la tradizione e i suoi stili di danza, si può conservare l’antico e creare anche il nuovo, e in questo modo mantenere la danza indiana non antica di migliaia di anni, ma giovane di migliaia di anni dentro il tempo della vita, dentro la comprensione degli uomini di oggi”.

Nelle lunghe giornate trascorse assieme a Ram Gopal, immersi nel verde della campagna della Provenza, l’osservazione era lo strumento che si utilizzava per la comprensione.
Ram mi induceva sempre ad osservare e sperimentare; ore e ore a contemplare la natura, ancor prima di insegnarmi un solo passo tecnico della danza. Osservavamo assieme il tramonto, le stelle, godendo gli splendidi colori della natura dipinti dal pittore Divino. Ho visto nello sbocciare del fiore il sorriso di Dio, nel soffio del vento il suo tocco, nell’arcobaleno la bellezza e la grandezza Divina.
Ci immergevamo anche nella vita frenetica di Londra e Bangalore, delle strade, dei negozi, delle automobili, dei ristoranti, mi ha invitato alla vita, facendomi provare gusti e raffinatezze per capire fino in fondo la bellezza di ogni istante.
E questo modo di operare è una Upanishad, è un insegnamento di straordinaria importanza per cui si stabilisce subito una relazione tra il saggio che spiega e il saggio che ascolta. Sì, perché maestro e discepolo sono due saggi poiché, se uno dei due non lo è, non può altro che interrompersi il discorso.
Occorrono specifiche qualificazioni per entrambi, sia per il maestro sia per il discepolo.
Poi Ram comincia a raccontare:

“La natura è il miglior insegnante, la vita il miglior predicatore. Quando osserviamo la natura possiamo percepire la Divinità! Tutto è essenzialmente Divino. Perché non ascoltiamo il canto degli uccelli? Perché non osserviamo il sorgere del sole e gioiamo della sua bellezza? L’esistenza, la natura, è ansiosa di renderci felici ma noi non siamo pronti a ricevere i suoi doni. Questa è la tragedia; la Natura non aspetta altro che renderci felici in ogni modo possibile. La beatitudine interiore, o felicità spirituale, è la nostra vera natura, Sat - Cit  - Ananda”.

Nel tuo insegnamento Ram, è fondamentale il concetto di Verità e di Amore, puoi ancora arricchirmi con qualche tua nota?
“Solo il desiderio ardente di raggiungere la sublimità che risiede nella Verità, ha il diritto di definirsi Amore. La Verità sei anche tu, è Monica con i suoi capelli neri, i suoi occhi neri, etc. . L’Amore è il bene più dolce, più affascinante e soddisfacente che l’uomo possiede. L’Amore è una forza tale da superare tutti gli ostacoli e confrontarsi con equanimità con tutte le situazioni, sia avverse sia favorevoli, sconfiggendo tutte le tentazioni di rimandare o deviare”.

Ram, nella tua autobiografia, rivolgendoti quando eri ragazzino a tuo padre che ti rimproverava perché danzavi, gli rispondi:“Padre tu la chiami danza io lo chiamo ritmo”. Qual è la differenza?
“Tutto nasce dal ritmo, la danza prima di essere danza è ritmo e diviene danza con il maestro e la tecnica, in questo caso la tecnica dello yoga, il Bharata Natyam è la forma più alta di yoga, il mio maestro fu Meenakshisundaram Pillai”.

Ram, il Bharata Natyam è una disciplina per tutti?
“No, è per gente speciale, è troppo dura. Su dieci allieve sette abbandonano questo studio, richiede sforzo senza tregua. Sono utili poi dei requisiti, innanzitutto la salute fisica e mentale e dei canoni di bellezza, vale a dire: capelli e occhi neri, pelle né troppo scura né troppo chiara, proporzione degli arti, né troppo alta né troppo bassa, né troppo magra né troppo grassa, schiena dritta, seno né troppo né troppo poco; purezza di mente, consapevolezza fisica, emotiva e vitale”.

E tu cosa hai visto in me per chiamarmi?
“Il tuo volto, il tuo spirito, c’era il talento per fare di te una danzatrice.Tu sei un messaggio di Dio, Monica”.

Ci sono dei limiti nel Bharata Natyam, cosa vorresti cambiare?
“Non esistono limiti, non ci sono limiti al desiderio di sapere, perché la coscienza vuole conoscere l’universo. Che cosa cambierei? L’ho già fatto, sono stato il primo uomo a danzare il vero Bharata Natyam e il mio guru mi fece da Nattuvanar”.

Che cosa successe in quegli anni con il Dasi Attam, perché tutta quella polemica verso le Devadasi?
“Una parte della società indiana non voleva più la casta delle Devadasi e al dibattito si intromise anche il dominio britannico; la danza fu ufficialmente abolita come pratica dal tempio nel 1947 quando uscì la famosa legge “The Devadasi Bill”. La polemica era sorta da anni ed era vero, la figura della danzatrice era stata degradata dal suo originale stato di purezza. Ma non si poteva permettere che una tradizione che affondava le sue radici nella notte dei tempi sparisse così improvvisamente portandosi via storia, rituali, e la trasmissione dei testi sacri che avveniva anche attraverso la danza. Successe allora che una parte di intellettuali indiani, sottilmente capì che preservando la cultura tradizionale, potenziandola, poteva essere un punto forte per liberarsi dal dominio straniero. L’India per liberarsi dalla colonizzazione straniera non entrò mai in guerra.             Il poeta e filosofo indiano Rabindranath Tagore inserì nella sua scuola a Santiniketan vicino a Calcutta l’insegnamento delle danze tradizionali, riconoscendo in quest’arte un valore che non poteva essere tralasciato dalla cultura indiana. Conobbi Tagore, danzai per lui e Tagore scrisse anche dei versi ispirandosi a me. Intanto le Devadasi vivevano sempre più una condizione difficile e anche umiliante, soprattutto una volta proscritte dal tempio. L’unica cosa da fare per preservare era quella di avvicinare le Devadasi e i Nattuvanar ancora in vita, e farsi trasmettere l’insegnamento al fine di custodirlo. Fu così che Krishna Iyer si espose in prima persona e cominciò questa operazione. Lui non era un danzatore, era un avvocato, ma si mise a studiare la danza e la danzò vestito da donna apprendendola da un componente del famoso Quartetto di Tanjore, Meenakshisundaram Pillai, che in seguito fu anche il mio guru. Le danzatrici non avevano in quel momento sufficiente forza per reagire, vivendo una condizione femminile che le aveva umiliate etichettandole come prostitute. Rukmini Devi fu una delle donne che, sposando un inglese, ebbe la forza di difendere la cultura indiana ed istituì il Kalakshetra a Madras, un’istituzione che vedeva l’insegnamento della danza non più nel tempio ma spostata ad insegnamento accademico, quasi a dire un’università della musica e della danza indiana. Certo l’apprendimento Maestro- Discepolo classico, era divenuto accademico, e ancora oggi si vede la differenza di chi ha studiato all’accademia e chi invece, se ha avuto la fortuna, ha studiato privatamente con il guru. C’è tutta una qualità diversa.   Io partecipai al processo di ripristino e salvaguardia della tradizione e dopo aver studiato a lungo dai guru Meenakshisundaram Pillai e Muthukumaran Pillai, andai in Occidente. Un po’ prima di me era arrivato Uday Shankar, ma come sai proponeva tutt’altra cosa dalla mia. Insomma nel 1947 l’India ottenne l’indipendenza, la danza veniva abolita dai templi, ma risorgeva a nuova vita ed era stata presentata in quasi tutto l’Occidente e nell’Estremo Oriente, grazie al mio lavoro e ai miei tours di spettacoli.

Si ebbe così l’effetto contrario, anziché sparire, la danza si espanse!

Certo la seconda guerra mondiale aveva lasciato dei forti segni, e tutti ci sentivamo indeboliti. Mi ci volle del tempo per riprendermi. Non fu facile: i teatri in Europa erano stati bombardati, tornai in India ma l’India era sprovvista di strutture… oh che pellegrinaggio il mio. Danzai comunque sempre, ovunque, instancabilmente finché potei. Trasmisi al pubblico quanto più possedevo di quel briciolo di verità di cui ero venuto a contatto.

In pratica Ram, hai saputo muoverti con intelligenza all’interno di una cultura occidentale, hai creato una interculturalità con l’Oriente!
Si, ma è stata sempre un’azione disinteressata, pur manifestando la mia personalità, avevo in mente sempre la danza e il benessere degli altri. Dentro di me c’è Siva!

Chi ti aiutò in Occidente?
Sempre e solo Dio. In quel periodo in Occidente c’erano delle grandi danzatrici e danzatori che si interessavano di temi spirituali ed erano attratti dall’Oriente, tra cui Ruth St. Denis, Ted Shawn, La Meri, Anna Pavlova, Nijinsky, Diaghilev, ecc…. Li ho conosciuti quasi tutti. Loro crearono anche una versione orientale di danza, con costumi, movimenti esotici, e le chiamarono Danze Orientali, ma non aveva niente a che vedere con  l’antica arte dei templi. Nel propormi in Occidente dovetti fare un processo di adattamento e cioè ridurre i tempi di esecuzione della danza. Uno spettacolo tradizionale di due, tre o più ore non avrebbe retto. La musica ripetitiva, anche se era lo stato per indurre alla meditazione, risultava difficile anche per gli Indiani. Mahatma Gandhi stesso mi confessò che non conosceva il significato di tutti quei gesti, apprezzava la danza nel suo insieme e mi diede dei suggerimenti sulla forma di presentarmi. Alla base però di tutto, c’era pur sempre l’originale purezza degli insegnamenti dei miei guru e dei testi sacri.

Che differenza di sensazione provasti a ballare in un tempio e in un teatro? Ballare in un tempio è come danzare nell’acqua; com’è un cigno nell’acqua! In teatro vedevo davanti a me tutto il mio pubblico, con le sue sofferenze, le sue angosce, i suoi dolori, lo vedevo esattamente e cercavo danzando di sollevare i loro affanni, davo, davo, tutto di me.

Ram, L’India ti ha onorato con il titolo di Pandit, l’Inghilterra nella persona della Regina Elisabetta II ti ha decorato con il titolo O.B.E. (Order British Empire) per il tuo servizio reso alla danza. Ma tu cosa ti senti, come ti consideri un Pandit, un maestro, un guru, che cosa ?
“Sono un misto di tutto ciò, un miscuglio di tutto ciò, che preserva i doni di Dio. In passato ho danzato per la Regina Mary e perciò ho avuto il titolo O.B.E.. In quanto al titolo di Pandit, l’India si è sentita di riconoscermelo, non siamo in molti, di quel periodo, ad averlo avuto, ricordo Gandhi, Nehru …”.

C’è qualche messaggio Ram che vuoi dire al mondo, qualcos’altro da rilasciare? “La danza è Dio, trovate Dio”.

Dopo questa affermazione Ram Gopal si è soffermato in un lungo silenzio.

Per come lo conosco, e per meglio esplicitare, aggiungo che nell’universo dello yoga, il termine yoga ha diversi significati, principalmente Unione con il Principio Cosmico, che dai religiosi viene chiamato Dio, dai filosofi Verità Assoluta, e che nella danza di Siva che fa da substrato alla scienza dello yoga, alla scienza della realizzazione spirituale, del Sé, si individua come il punto di contatto del soggetto con la Coscienza.
Di sicuro non voglio rinnegare il pensiero occidentale, o la scienza moderna poiché il mio background è occidentale e proveniente dallo studio delle scienze motorie e psicomotorie, ma l’avvicinarsi ad un’altra cultura, ad altri sistemi di pensiero, ad altri concetti, ha solo impreziosito, reso più vasto, più profondo, più ricco il mio pensiero.
Pertanto credo che, liberandosi da griglie mentali, da preconcetti, da pregiudizi, che in ogni cultura si stratificano naturalmente, sono come delle gabbie per l’intelletto, se riduciamo al minimo queste gabbie, è possibile sviluppare la comprensione.
Sento fortemente che tutto era comunque già dentro di me e che i miei studi, i miei maestri, sono stati lo strumento per fare uscire ciò che già c’era, ma dormiva in un sonno e sento nel mio risveglio la profonda realtà dischiudersi.

Il presente articolo esprime una precisa volontà di Ram Gopal ed è il frutto di una conversazione avvenuta a Londra lo scorso settembre 2002, da me registrata, tradotta e curata. Senza una conferma autorizzazione, mai mi sarei permessa di divulgare quanto contenuto.

Ringrazio Nello Mangiameli che ospitandomi in “Scienza della Coscienza”, ha dato voce ai pensieri.

Mi unisco a quella luce che da sempre ci guida e si impersona all’interno dei nostri Esseri.

Monica Rizzardi

 

 
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